Osteopatia e Fiori di Bach


Nella storia della medicina è frequente il riscontro di studiosi
che, in contrapposizione alle concezioni terapeutiche dominanti
della loro epoca e, grazie soprattutto al proprio intuito e ad una
spiccata sensibilità verso le sofferenze, hanno dedicato l’intera
esistenza alla ricerca di sistemi terapeutici non indirizzati tanto
alla cura dei sintomi (fenomeno esasperatamente attuale),
quanto piuttosto alla cura del malato visto in una prospettiva
di unità psicosomatica.
Tale concezione olistica dell’essere umano, già peraltro presente
in tutta la medicina orientale, in Occidente ha avuto tra i suoi
massimi esponenti: S.Hahnemann (padre dell’omeopatia) in
Germania, A.T. Still (padre dell’osteopatia), negli Stati Uniti
ed E. Bach (scopritore dell’omonimo sistema floriterapico) in Gran Bretagna.

In questa sede vorrei proporre il frutto di una personale esperienza riguardo la sinergia d’azione
di due di queste discipline: l’Osteopatia e la Floriterapia di Bach, che in virtù dei brillanti
risultati ottenuti attraverso una ormai consolidata pratica clinica, potrei definire come
l’ “accoppiata vincente”.
Con Osteopatia, dal termine greco “osteon” (osso) e dal termine inglese “path” (sentiero), Still
voleva significare la strada da percorrere verso la salute attraverso il trattamento dell’apparato
muscolo scheletrico.



 
 
Si tratta di una disciplina medica basata su terapie manuali il cui scopo è quello di liberare il
paziente dal dolore somatico legato ad un alterato funzionamento delle strutture organiche.
Per Still non hanno tanto importanza i singoli organi, apparati e tessuti: tutte queste strutture
vengono considerate come un insieme armonico in cui lo scheletro col suo rivestimento periostale,
i muscoli ed i tendini, coi loro rivestimenti fasciali connettivali, i visceri avvolti dalle sierose, i nervi
ed i vasi coi loro relativi involucri, ed i liquidi organici, sono tra di essi in intimo rapporto anatomo
funzionale senza soluzione di continuità, in grado di influenzarsi reciprocamente.
Quando per una qualsiasi causa la mobilità o la motilità di una di queste strutture viene meno,
ciò comporterà subito una riduzione funzionale che, a partire dalla struttura inizialmente interessata,
avrà immediate ripercussioni sulla mobilità e sulla funzionalità di strutture sia viciniori che a distanza.
Tutto ciò è reso possibile non solo dai rapporti di continuità e contiguità tissutale, ma soprattutto dalle
interrelazioni che il sistema endocrino e neurovegetativo (a loro volta strettamente collegati)
stabiliscono fra i diversi tessuti ed organi.

Esiste dunque in Osteopatia una visione globale dell’organismo in cui ogni sua componente può ben
funzionare in virtù del buon funzionamento e del buon movimento di tutte le altre.
Affermava infatti Still: ”Il movimento è alla base della vita ed ogni perdita di mobilità si ripercuoterà su
tutto l’organismo”.
Così, ad esempio, una distorsione mal curata della caviglia, con un blocco secondario dell’articolazione
sotto astragalica, provocherà, a catena, un adattamento forzato dei segmenti ossei ed articolari dell’arto
inferiore interessato, con possibile coinvolgimento del perone (che è l’osso che regola tutta la fisiologia
dei movimenti del retropiede) e dalla tibia, che condurrà ad un cattivo funzionamento dei condili
femorali in rapporto all’asse dei processi glenoidei.
Successivamente interverranno degli adattamenti che, attraverso le linee di forza dell’osso passanti a
livello del collo e della testa femorale, si ripercuoteranno sull’articolazione sacroiliaca e sulle ultime
vertebre lombari ed il paziente lamenterà una lombosacralgia ribelle a qualsiasi trattamento
farmacologico e fisiochinesiterapico.
Ugualmente, un blocco inspiratorio dell’emidiaframma destro provocherà un deficit dell’azione di
pompa meccanica fisiologica che il diaframma, coi suoi movimenti, svolge sul fegato e sulle altre
strutture sotto diaframmatiche: tale meccanismo è responsabile, tra l’altro, della apertura-chiusura
dell’angolo piloro- duodenale che porta ad un rallentato passaggio del bolo alimentare e ad un maggior
ristagno d’acido cloridrico sulla mucosa duodenale che può condurre ad una duodenite erosiva ed in
seguito ad una vera e propria ulcera.


 
 
Tale meccanismo lesionale ulcerativo, d’origine squisitamente meccanica, è di frequente riscontro
nel corso di visite osteopatiche e dovrebbe far riflettere sull’importanza attualmente attribuita
all’Elicobacter pylori.
Un discorso a parte merita il capitolo, tuttora oggetto di discussione, riguardante l’origine (al centro di
numerose sperimentazioni cliniche), di ciò che viene definito come “sistema cranio-sacrale”, che, oltre
a rappresentare un trait d’union meccanico tra cranio e bacino, trasmette la sua “attività impulsiva”
alla totalità delle strutture e dei liquidi organici, favorendo il vitale equilibrio omeostatico tissutale.
Vanno pure considerate tutte le implicazioni che tale meccanismo potrebbe svolgere sulla mobilità
delle ossa craniche e del massiccio facciale, con riflessi diretti su patologie neurologiche,
odontoiatriche e gnatologiche che stanno riscuotendo un interesse crescente a livello
interdisciplinare.
In ultima analisi compito dell’osteopatia è quello di ricercare le cause dei sintomi e riattivare le
capacità di autoguarigione dell’organismo attraverso una terapia manuale che rimetta in movimento (
e quindi nella normale funzione) i tessuti, riattivando così le potenzialità immunitarie, riportando
il paziente al proprio equilibrio somatico.

Riguardo alla terapia con i Fiori di Bach non entrerò in dettaglio, poiché già molto è stato scritto sulle
pagine di questa Rivista (vedi Riferimenti). Ricorderò soltanto che la prerogativa di questi rimedi è
quella di possedere una energia terapeutica in grado di positivizzare gli stati mentali negativi che
l’individuo vive.

Da cosa è nata l’idea di associare l’Osteopatia alla Floriterapia di Bach?
Qual è la validità sinergica di queste due terapie?
Già da tempo avevo intuito come, celate sotto molte sintomatologie algiche del rachide e delle
altre articolazioni (nonché dei tessuti molli), vi fossero situazioni emozionali “negative”, situazioni
mentali conflittuali che il paziente viveva da più o meno lungo tempo.
Si tratta spesso di individui che lamentano dolori diffusi variamente localizzati ad es. ai muscoli del
collo o ai trapezi o al torace (soprattutto a carico delle articolazioni costo-sternali).
Tali soggetti presentano una costante negatività dei tests biologici atti ad evidenziare un processo
flogistico in atto; reperti radiologici non significativi e costante presenza di sintomi legati ad uno stato
distonico del sistema neurovegetativo (turbe digestive, palpitazioni o vere e proprie crisi di tachicardia),
rigidità diaframmatica e, soprattutto, una costante notevole tensione del plesso solare, con netta
dolorabilità alla palpazione della regione epigastrica, associata a spasmo doloroso della giunzione
piloro duodenale, dello sfintere di Oddi e della valvola ileo cecale, sono di frequente riscontro.
Tutti questi segni di distonia del sistema neurovegetativo sono spesso la diretta conseguenza del
conflitto vissuto a livello emozionale.
Tali considerazioni hanno sollecitato il mio interesse nei confronti della Floriterapia di Bach con la
proposizione di risolvere in modo più duraturo quelle problematiche algiche somatiche che sono,
in realtà, espressione di stati mentali negativi che non è possibile risolvere con il solo trattamento
osteopatico.
 
Ho potuto rendermi conto come in un soggetto di tipo Chicory capiti spesso di dover riscontrare
delle tendiniti della cuffia dei rotatori o delle epicondiliti (più raramente delle epitrocleiti)
ribelli a qualsiasi trattamento. Talora sono presenti dolori all’articolazione radio-carpica che possono
evolvere successivamente in una sindrome del tunnel carpale. Con una certa frequenza,
nelle donne Chicory, si presentano dolori alle ginocchia e borsiti associate ad alluce valgo
bilaterale.
Negli individui tipo Vervain prevalgono le fibromialgie diffuse legate all’enfasi delle proprie idee.
Nel tipo Vine sono evidenziabili spesso dolori rachidei, con frequenti lombaggini e/o lombosciatalgie
legate ad un eccesso di rigidità mentale, che si trasmette a livello delle strutture rachidee e discali.
Nel tipo Oak costante è la rigidità della muscolatura nucale (spesso causa di sindromi vertiginose
d’origine miotensiva) e dei trapezi.


 
Nel tipo Beech si hanno spesso algie localizzate prevalentemente nella parte superiore del torace,
braccia e mandibola.
Anche la rigidità di Rock Water è causa di mialgie ed artralgie più spesso localizzate in regione
scapolo-omerale.
Artromialgie più diffuse possono invece affliggere i soggetti Centaury a causa della continua
tensione presente, in tali individui, nel servire gli altri.
Quadri analoghi, ma meno specifici, si possono riscontrare in altre tipologie come: Impatiens
(dolore cervicale e dei trapezi), Gentian, Holly, Agrimony, Rock Rose, etc.
Questa personale esperienza di osteopata e floriterapeuta mi ha fatto constatare un netto
miglioramento in circa il 60% dei casi non responders (trattati cioè con la sola terapia osteopatica),
mentre in un altro 20% la sintomatologia algica è in parte migliorata e comunque la somministrazione
dei Fiori ha messo tali soggetti in condizioni di affrontare il dolore con minori sensazioni di angoscia
o paura, rendendolo più sopportabile.
Queste considerazioni mi portano a condividere quanto Bach sosteneva e cioè che non hanno
importanza tanto i sintomi e le malattie in se stesse quanto piuttosto gli stati disarmonici tra spirito
e mente che le causano.
I sintomi altro non sono che dei messaggi del nostro vissuto spirituale. Ciò è quanto sostiene anche
lo psicoterapeuta tedesco Thorwald Dethlefsen che afferma che la malattia non è un nemico da
combattere e sconfiggere con ogni mezzo, ma piuttosto una entità che va intesa come messaggio
proveniente dal piano spirituale. La comprensione del significato della malattia è l’inizio della
vera guarigione.
Una cosa che a questo punto si potrebbe obiettare è che se il sintomo dolore è un messaggio
(vissuto conflittuale), che senso ha curare un soggetto con tecniche osteopatiche, visto che queste
vanno ad agire sull’equilibrio somatico e non su quello mentale del paziente, mentre è proprio dalla
mente che tutto origina?
 
A me sembra di poter dare una risposta affermativa in quanto la stretta relazione fra corpo e psiche
fa si che il conflitto mentale porti, attraverso blocchi strutturali, alla perdita della verticalità del soggetto,
sia che essa si manifesti con un blocco a “baionetta” di due vertebre o attraverso la perdita di motilità
viscerale o ad una alterazione del meccanismo cranio sacrale.
Mentre curiamo il piano mentale coi Fiori di Bach, sarà anche necessario rimettere il paziente nella
propria verticalità e ricondurlo ad un equilibrio somatico, in quanto la verticalità stessa è in stretto
rapporto energetico con la spiritualità dell’individuo.
Per concludere, mi sembra possibile affermare che l’associazione di queste due medicine naturali siano
un eccellente mezzo di terapia, in modo consono a quello spirito di rispetto per l’essere
umano che Still e Bach auspicavano e che dovrebbero essere il vero principio informatore di ogni
approccio biologico alla Medicina.
Se attualmente la medicina accademica è in dichiarata crisi di identità,

Bach e Still propongono alla nostra attenzione una possibile via per uscire da un tunnel che appare
ogni giorno sempre più buio.

Per riferimento bibliografico:
CASCIANELLI P. - Osteopatia e Fiori
di Bach: una accoppiata vincente. La
Med. Biol. Gennaio-Marzo 1999: pag.
39-42.

Indirizzo dell’Autore:
Dott. Pietro Cascianelli
Specialista in Reumatologia
Membro del Registro
degli Osteopati Italiani
Via E. De Nicola 1
01016 Tarquinia (VT)





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La floriterapia appartiene alla grande famiglia della medicina psicosomatica. Il professor Rocco Carbone, docente di Medicina naturale dell'Università degli Studi Guglielmo Marconi, ci svela quali sono le proprietà dei Fiori di Bach e in che modo aiutano a vivere meglio.



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